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Hikobusha è la storpiatura di una parola giapponese (hibakusha), che ricorre nei libri di Kenzaburo Öe. Significa pressappoco “sopravvissuto” ed è stata coniata nel secondo dopoguerra per riferirsi ai superstiti del disastro di Hiroshima e Nagasaki.

Dalle rovine del dopobomba orientale alla provincia industriale lombarda, da cui proveniamo, il passo è meno lungo di quanto si pensi.

Cosa facciamo

Il post-punk inglese ed italiano, il rock degli anni novanta, la new wave, l’italo-disco, il teatro-canzone. Salvador Dalì che fa il solletico a Pasolini, accompagnati da un remix delle sonate di Erik Satie, fatto da Claudio Cecchetto.

Suoniamo musica che non ci piace, per illustrare uno scenario sociale e artistico che ci piace ancora meno. Ma tant’è.

Come lo facciamo

Usiamo Cubase 5 piratato per le basi. Tastiere Yamaha e Casio comprati nei mercatini dell’usato. Chitarre single-coil.
Synth-drum con I-pod sotto carica perenne (le batterie al litio sono una vera fregatura).
Solo il basso è un vero pezzo di antiquariato anni ’80, che manco i CCCP.

Il microfono, invece, fischia.

Di cosa parliamo

Le nostre canzoni sono ritratti o foto di gruppo sfocate, della durata approssimativa di tre/quattro minuti. Si riferiscono ad epoche o condizioni specifiche della vita individuale o sociale di ciascuno di noi (appartenente o meno ad Hikobusha).
Talvolta sono divertenti, ma in modo non-tradizionale.
In altri casi parlano di sesso e amore, perché non si può sempre tirare in ballo la religione o la morte.

Spesso raccontano bugie, ma in modo sincero.